“Cercasi giardiniere esperto”: c’era una volta questo annuncio su una pergamena aggrappata a un grande cancello, in una terra lontana, tanto tempo fa.

Le parole erano scritte con un inchiostro color bruno in un corsivo aggraziato, il che faceva apparire la frase più come un cortese invito che come una necessità; all’inizio di questo racconto, era primavera e la pergamena dondolava al vento da un po’ di giorni, appesa all’inferriata della villa dei conti Desiderio.

La sontuosa abitazione, circondata da un magnifico parco, si trovava appena fuori dal paese, sulla strada maestra che univa il villaggio di Terradidentro a qualsiasi altro luogo del mondo.

Sfilavano davanti a quel cancello eleganti carrozze con i loro cocchieri e veloci calessi di nobili in gita; passavano carri di mercanti, carichi di merci, e carretti di contadini, pieni di braccia per il lavoro; galoppavano veloci i destrieri dei cavalieri, trotterellavano senza fretta asinelli di villici, procedevano lenti nei loro sandali pellegrini stanchi e camminavano a piedi nudi poveri viandanti. Tutti, in un modo o nell’altro, s’incuriosivano di quella pergamena, perché la famiglia Desiderio non aveva mai voluto, fino a quel momento, che il giardino della villa fosse curato da altri che non fossero le tre contessine.

Molti aspiranti giardinieri si recarono a colloquio con il vecchio signor conte, perché la paga e le condizioni promesse erano allettanti; tuttavia non andava mai bene alcuno.

I giovanotti che si presentavano venivano sottoposti a una prova semplice, ma che pareva insuperabile: erano condotti dal vecchio signor conte a passeggiare in giardino davanti a un misterioso cespuglio in fiore, ignari di essere controllati dalle contessine, che osservavano la reazione dello strano vegetale a quel passaggio. La pianticella, dai fiori di indicibile bellezza, era arrivata in quel parco inspiegabilmente e aveva attecchito in un angolo un po’ nascosto. Quando le contessine se n’erano avvedute, il piccolo cespuglio aveva mostrato di aver bisogno di cure, sicché le fanciulle avevano rovistato nelle pagine dei loro libri di botanica e avevano scoperto che, per accudire quella pianta rara, era necessario un uomo.

Un giorno, mentre ancora fervevano i colloqui per la scelta del giardiniere, si fermò a palazzo un menestrello che era di strada verso la fiera primaverile del villaggio. Era un giovane esile e saltellante, con una matassa di capelli rossi, un liuto tra le mani e modi garbati, accompagnati da una voce profonda e un linguaggio cortese. Acuto osservatore, il menestrello si accorse del cespuglio misterioso e avvicinatosi, fu sorpreso dai raggi di luce che la pianta emanava. Si accorsero dell’evento anche le contessine e, senza esitare fu scelto lui come giardiniere: il conte gli destinò una stanza a palazzo e stabilì una lauta paga, mentre le contessine gli insegnarono gli accorgimenti del mestiere e gli affidarono il prezioso cespuglio.

In breve tempo, tra il menestrello e la pianticella nacque un legame profondo: di giorno, il giovane si prendeva cura del cespuglio con le sue dita abili e sottili, di sera suonava e cantava per lei serenate romantiche che parlavano d’amore. Sui rami della pianticella esplodevano gioiose corolle di fiori profumati che emanavano una splendida luce e facevano crescere rigogliosa la vegetazione di tutto il giardino.

Fu un’estate felice per tutti, e soprattutto per il menestrello: mai aveva indossato abiti tanto eleganti, mangiato cibi così prelibati, ricevuto tanto denaro. Riuscì persino a comprarsi una casa nel villaggio e in breve tempo anche un palazzo.

Passavano i giorni e quel giovane fortunato, convinto che la sua buona sorte dipendesse dalla luce di quella strana e meravigliosa pianta, si lasciò prendere dalla brama di possederla e provò a spiccare un fiore da un ramo. Lo portò nel suo palazzo e nei giorni successivi gli parve che la sua ricchezza aumentasse. Provò dunque a ripetere il misfatto e gli sembrò che funzionasse di nuovo, sicché lo fece un’altra volta e un’altra volta ancora. Il cespuglio, da parte sua, ammaliato dalle serenate del menestrello, si sforzava di fiorire sempre di più, lungi dal sospettare l’inganno; quella pianticella era ancora troppo ingenua e mancava di amor proprio, credendo che le sue virtù fossero opera di chi la coltivava. Aveva un cuore arido e miope, quel menestrello che pensava di poter rapire la luce di qualcun altro per illuminare la sua vita.

Quando giunse l’autunno, il cespuglio era stremato dall’ingordigia del suo giardiniere. Questi, annoiato dal lavoro nel parco e interessato ormai solo ai suoi affari, decise che non aveva più bisogno di sporcarsi le mani di terra e di piegare la schiena per curare la pianticella. Se ne andò dunque via e, per garantirsi un futuro prospero, spezzò l’unico ramo ancora vitale e lo portò con sé per farne una talea da coltivare nel suo palazzo.

La pianticella, senza petali e senza luce, ferita per il ramo spezzato, straziata dalla sofferenza e dilaniata dall’abbandono, si trasformò in un groviglio di rami secchi.

Il giovane menestrello, invece, per qualche tempo sfruttò la luce benefica dei fiori, cercando di ingegnarsi per far germogliare il ramo. Ben presto, tuttavia, le corolle persero vigore e appassirono, la cima del ramo si seccò e il punto in cui era stato spezzato marcì. La luce rubata si spense per sempre.

Passò l’inverno, lungo, freddissimo e triste.

Venne la primavera, con qualche timido raggio di sole e poi una pioggia gentile ad ammorbidire le zolle; un alito di vento asciugò la terra, un sole più caldo tornò a intiepidirla. Il tempo alternava cieli limpidi a giorni umidi, svegliando la natura.

Anche la pianticella, che aveva trascorso l’inverno come morta, trovò la forza di rialzare i suoi rami, su cui osò pian piano far spuntare nuove gemme e infine anche qualche fiore. Nei giorni migliori, riuscì persino a illuminarsi di nuovo, da sola: nessuno avrebbe potuto portarle mai via veramente la sua luce, perché quella bellezza viveva dentro di lei. Adesso lo sapeva.

Nonostante l’accaduto, senza più alcun timore, il conte e le contessine fecero così riappendere al cancello la pergamena: “Cercasi giardiniere esperto”.

Scritto il 28 febbraio 2019, giovedì