Non ricordo quando sono scivolata lontano
via da noi, da te, da me stessa; alla violenza
ho lasciato solo il mio corpo, sono fuggita piano:
ero un manichino impaurito, con la pazienza
di chi fa dei silenzi le sue armature,
lo sguardo triste e vuoto dietro lenti scure.

Per illudermi di vivere, creavo fantasie e memorie
sui colpi che segnavano la mia carne e sull’artefice;
inventavo cadute, incidenti e strane storie
e poi tornavo ogni volta dal mio carnefice.
Muta al mondo nascondevo le tue aggressioni,
soffrivo, eppure negavo le mie passioni.

Una sera è avvenuta la spaventosa esplosione,
la tua rabbia è diventata tempesta,
ha raccolto una montagna d’incomprensione
e me l’ha scaraventata feroce sulla testa.
Come rocce franate, un cumulo pesante,
sul mio corpo si è avventato il tuo, grosso e soffocante.

Come schegge di pietre, le tue mani sul mio viso,
i tuoi pugni sul mio volto, duri come sassi,
i tuoi calci accompagnati da un crudele sorriso,
sferrati su schiena, pancia, gambe, una raffica di massi.
Con le urla di quella montagna che finiva di crollare,
mi abbattevi al suolo come un albero da sradicare.

Ho pianto, ti ho implorato: nei tuoi occhi nessuna pietà,
erano troppo colmi di folle collera, di furiosa viltà.
Stanca di combattere, mi sono accasciata lenta,
le mie radici hanno lasciato la terra e mi sono spenta.

Scritta il 25 novembre 2018, domenica

Questa poesia, con quattro strofe sestine e una quartina finale, è stata scritta per il volume, edito dalla casa editrice FusibiliaLibri, “Caro maschio che mi uccidi – Poesie e lettere romanzate di donne morte ammazzate”, antologia per dar voce a tutte coloro che sono state travolte dalla furia di uomini violenti.