Dalle fessure della persiana, dove il tempo aveva rosicchiato alcuni listelli, penetravano i giovani raggi della luce primaverile e scorrevano a piccoli ruscelli sugli oggetti nella camera. Un rivolo di luce mi bagnava gli occhi e finiva la sua corsa sul mio braccio destro, dove una piccola pozza di sole accendeva il biondo della ciocca di capelli che vi era immersa.
Filtrato dalla pelle delle palpebre chiuse, il chiarore del mattino era di un rosa intenso; sul braccio, il tepore del sole bastava per farmi sapere che s’irradiava fin lì. Stavo immobile nel letto, raccogliendo una ad una le prove del ritorno alla realtà: il cuscino che riprendeva la sua consistenza, deformato sotto il peso della mia testa, le lenzuola che mi accarezzavano la pelle delle gambe nude, il materasso che sosteneva il mio corpo, il silenzio che mi ronzava nelle orecchie, prima del canto degli uccelli.

Mi attardavo nella ripresa dei sensi al risveglio perché avvertivo un’inspiegabile serenità pervadere ogni cellula del mio corpo e ogni spazio dei miei pensieri, ed era una sensazione tanto irrazionale quanto appagante. Mi sentivo come se fossi appena tornata da un viaggio ristoratore, una di quelle gite che, facendoti prendere le distanze dalla quotidianità, te ne restituiscono un’immagine migliore.
A dire il vero, nell’ultimo anno avevo avuto spesso notti agitate o insonni. Da quando lui mi aveva abbandonata, avevo provato strazio, rabbia, desolazione; avevo temuto di non farcela.
Sicché, quando iniziarono i risvegli addolciti da quella strana emozione di pace, non potei fare a meno di indagare, per scoprire da dove venisse tutto quel bendidio.

Non riuscendo a organizzare più di tanto il “viaggio di andata” verso le braccia di Morfeo, decisi di rivolgere la mia attenzione a quello di ritorno, concedendo al momento del risveglio lo spazio per recuperare il più possibile dei miei sogni.
Impiegai alcuni giorni per testare la tecnica e applicarla a dovere.
Innanzitutto era fondamentale che stessi attenta a non svegliarmi completamente: quando mi accorgevo che stavo camminando verso la veglia, dovevo fermarmi ad attendere che si riavvicinasse a me un frammento del sogno appena sfilato via. Arrivava come un minuscolo gomitolo e si trasformava in una matassa, di cui dovevo raccogliere il capo per recuperare, un tratto alla volta, tutto il filo. Era un lavoro di pazienza e delicatezza: il filo dei sogni è un cavo d’acciaio nel sonno, ma quando si è desti diventa tela di ragno. Dovevo sciogliere con cura i nodi che ne rendevano indecifrabile la trama e ricostruire il disegno.
Mi accorsi ben presto che vi era un sogno che si ripeteva in quelle notti di ricerca.

A ogni passo i miei piedi scalzi affondano nel prato
e ne riemergono senza lasciare impronte. I fili d’erba ondeggiano al soffio del vento,come flutti di un mare poco profondo. Il prato fluttua allo stesso ritmo delle foglie di una grande pianta, che cresce alla destra della cornice. Erba e foglie si muovono in perfetta sincronia, sembrano un’unica creatura che si espande, inspirando l’aria, e poi si sgonfia per soffiarla nel cielo.

Il grande albero ha radici forti, profondamente ancorate nel terreno, e lunghi rami, che si stirano festosi verso l’azzurro, a cui offrono candidi boccioli, come morbidi pizzi cuciti sul legno.
Spruzzi di fiori di campo macchiano di colori l’erba, mentre i fiocchi dei fiori bianchi, che fanno bambagia sui rami della pianta, inondano l’aria di un profumo inebriante.
Cammino verso il centro della scena, dove c’è una panchina di ferro battuto: è all’ombra di un pergolato su cui si aggrappano spavalde piante rampicanti dalle foglie lucide.
Mi siedo e aspetto.

Il sogno capitava con frequenza casuale, ma costante. Io lo aspettavo tutte le mattine, dietro l’angolo del risveglio; lui arrivava nelle notti che sceglieva senza avvertirmi, strisciava lungo il muro del sonno e mi sorprendeva.
Questa frequentazione mi aveva persuasa che in un’esistenza ci siano due vite: quella della veglia, di cui si è quasi sempre coscienti, e quella del sonno, in cui non è la coscienza a condurre le danze, ma qualcun altro. Volevo sapere se quella ballerina nascosta era un’ombra che veniva a raccontarmi di un’altra me stessa; o se era un personaggio ignoto, che portava il suo messaggio da un’altra dimensione. Oppure se la risposta stava nel mezzo: la danzatrice ero io e mi tuffavo nell’universo infinito, dove tutti sprofondano durante il sonno, riemergendone ciascuno con una storia pescata tra le tante per indicare una strada.

L’attesa è un soffio di eternità.
Dieci candide nubi nel cielo si gonfiano fino a quando sono così soffici da non avere più la forza di restare attaccate all’azzurro: allora si scollano da quel soffitto di velluto, volteggiano nell’aria e si adagiano nel giardino. Sono fanciulle vestite di bianco, si accovacciano sull’erba ad intrecciare ghirlande di fiori e intonano un canto. Da quel gruppo, due ancelle si alzano e mi si avvicinano per agghindarmi con corone e collane di petali. Il mio stesso abito è la corolla di un fiore, sento la vita di quei petali carnosi vibrare sulla mia pelle. Sono vestita di vita.
Mi alzo e con una fanciulla cammino verso il grande albero. Avverto forte il desiderio di sospendere il tempo in questo attimo di gioia.
Mi fermo in questo punto, esitante. Tutto si ferma con me.
Per un secolo. O forse per un attimo.

Più il recupero del sogno procedeva, più mi rendevo conto che riavvolgere il filo su cui erano appesi i ricordi del sogno diventava anche un’operazione di destrezza. Ogni volta, tiravo solo un poco di più quell’esile filo, per non spezzarlo con il vigore della razionalità. Procedevo con lentezza, accettando le pause necessarie affinché le memorie notturne si addensassero in scene recuperabili. Alcuni ricordi erano reperti così delicati che, per non farli decomporre dall’umidità dell’oceano da cui erano appena emersi, dovevo staccarmene per un momento, posandoli ad asciugare da qualche parte, sul cuscino accanto al raggio di sole, sulle lenzuola ancora calde o sul comodino vicino al libro: aspettavo che l’aria ne facesse evaporare gli umori che li indebolivano. Li riprendevo solo quando erano divenuti infrangibili.

Mi rendevo conto che questo lavoro di recupero del sogno assomigliava a uno scavo archeologico nell’anima. Avevo avviato un vero e proprio “cantiere” per dissotterrare le vestigia di una storia che non apparteneva al passato, ma viveva fuori da ogni epoca. Con l’aiuto di quel sogno volevo indagare cosa si recitava su quel palcoscenico che appariva nel sonno, fuori dallo spazio e dal tempo: c’erano frammenti del passato e del futuro? C’erano solo storie mie oppure vi entravano anche storie di altri? Chi ero io, la donna, il prato, il cielo, il grande albero? Tutto insieme? Soprattutto, qual era il senso del sogno?

La fanciulla mi accompagna alla fine del sentiero, in riva a un grande lago.
Un’imponente montagna si specchia superba nell’acqua, rimirando compiaciuta i suoi boschi, i suoi prati e le sue cime innevate.
La giovane m’invita a salire su una barca ormeggiata lungo la sponda.
Dondola instabile il guscio di quell’imbarcazione e, mentre scavalco la paratia che mi separa dalla panca per sedermi, le onde si alzano, l’acqua si fa scura e minacciosa, e altrettanto il cielo.
Sento il vuoto impadronirsi del mio stomaco e le viscere stringersi, per il timore che la barca si rovesci. Eppure chiedo al barcaiolo di remare, cosicché con pochi colpi di voga siamo già al centro del lago: non si può più tornare indietro.
La paura non si dilegua, ma adesso il marinaio sono io e remo con tutta la forza che posso, contro il vento che mi sferza il volto e i flutti che invadono lo scafo, ammollano i miei piedi, inzuppano i miei abiti, mi infradiciano i capelli. Per un attimo non ci vedo più. Poi il turbinio intorno a me svanisce e, attraverso le ciglia umide, scorgo di nuovo la superba montagna.
Sono al suo cospetto, io ferma, lei immobile.
Osservo i miei piedi, asciutti e infilati in un paio di sandali. Li vedo muovere i primi passi per salire lungo il sentiero che si snoda sul pendio dell’altura.

Appuntavo ogni passo della storia su un notes che tenevo sempre con me, perché talvolta accadeva che brandelli di sogno mi tornassero alla memoria come lampi improvvisi non solo nel dormiveglia, ma anche durante le attività quotidiane.
I pezzi del sogno non si presentavano in modo ordinato, ma quando li mettevo insieme ero in grado di intuirne la sequenza: erano come le tessere di un mosaico che si incastrano solo se collocate al posto giusto.

La strada sulla montagna dura giusto il tempo per temere di non farcela, ma la cadenza del cammino è costante e non si arrende.
Il rumore dei passi, che all’inizio è solo scricchiolio di foglie e rami secchi, batte al ritmo del mio cuore e diviene suono di tamburo, facendo vibrare il terreno, sotto i piedi pesanti.
Il percorso nel bosco è selvaggio, poi c’è un prato di zolle di solitudine, infine un gelido pavimento di neve e ghiaccio, insidioso di strapiombi. Il fiato si accorcia e si svuota, le gambe sono fiacche, la mente implora: ancora un passo, per favore, ancora uno.
Arranco quasi all’ultimo respiro, e proprio lì sbuco nel blu.
Non so come sia tornato il giardino, forse appeso al cielo che l’ha portato in volo, con tutto il resto: il grande albero, la panchina, le fanciulle.

Fu in quella mattina bagnata di sole, che riuscii a sentire il sogno bisbigliarmi nelle orecchie il senso della storia.

La fanciulla sorride e appoggia il suo sguardo sui miei occhi; mi parla senza voce, il suono delle sue parole è forte e profondo, perché vibra nel cuore. «Dopo il freddo della pioggia, la paura della tempesta e la fatica della montagna, quando tutto sarà compiuto, lui arriverà e tutto sarà chiaro» predice ispirata, dissolvendosi nella luce del giardino.

In quell’istante, dalla sua semplice profezia la mia anima seppe che, con o senza lui, ce l’avrei fatta.

Scritto il 6 febbraio 2019, mercoledì

Questo racconto ha ricevuto la menzione di merito alla VII Edizione del Premio Letterario Nazionale Teatro Aurelio Roma.