Quando sua madre, vinta dal dolore delle doglie, aveva mandato un ragazzotto del paese a chiamare aiuto, la levatrice era arrivata all’ultimo momento, sfinita di stanchezza. Per raggiungere la casa della partoriente, di cui non conosceva altro se non dove abitava, si era dovuta inerpicare a piedi lungo una strada sterrata in salita, al culmine della quale si apriva uno slargo con un grande albero: vi razzolavano polli e anatre, in mezzo a cani che si rincorrevano per gioco, mentre alcuni gatti selvatici sedevano sornioni ad osservare ogni scena dai tetti delle piccole costruzioni.

La levatrice si era fermata nello spiazzo cercando di riprendere fiato e asciugandosi il sudore con il dorso della mano; aveva le maniche della camicia ancora arrotolate dal precedente parto, che l’aveva tenuta impegnata con le difficoltà di un bebè presentatosi podalico, cioè con il sedere in primo piano. La donna, robusta e dalle braccia forti, aveva varcato la soglia con un incedere che sembrava quello di un’altra persona: un passo strascicato e senza energia, laddove il suo fisico e l’espressione del suo volto suggerivano invece un piglio vigoroso.

All’interno della stanza silenziosa, c’era un inebriante profumo di erba calda, mentre una luce soffusa attutiva i sensi. La futura madre era una figura snella, nonostante la pancia prominente che si ergeva sul letto, e stava adagiata sul materasso in un modo così lieve da far immaginare che, una volta alzatasi, non vi avrebbe lasciato il segno. La creatura nel suo ventre, che era pur voluminoso, doveva essere leggera. La giovane donna emetteva gemiti sommessi, a ritmo cadenzato, e aveva un aspetto sereno, con i lineamenti distesi e lo sguardo luminoso. Non sembrava soffrire affatto.

La levatrice si sentì invadere da una mollezza incontenibile e si lasciò cadere sulla sedia vicino alla porta, sperando che quelle doglie quiete significassero per lei un po’ di tempo per riposare. Non si accorse di essersi addormentata, cullata dai lamenti della partoriente, finché un unico sospiro, accompagnato da un grido breve ma acuto, non la svegliò: dopo un attimo di silenzio, udì una strana melodia, prima flebile e poi via via sempre più nitida, che si diffondeva nella camera.

Strofinandosi gli occhi, la levatrice vide la madre cullare tra le braccia un fagottino prontamente protetto con le stesse coperte che scaldavano la donna. Se all’inizio le sembrò incredibile che quella puerpera, provata dagli sforzi, potesse già cantare alla sua creatura, il suo stupore fu ancora maggiore quando si rese conto che le voci di quella cantilena erano due. Si avvicinò al letto per compiere i suoi doveri ma, quando estrasse dalle coltri la neonata, ancora sporca dal parto, si accorse che anch’ella stava cantando la medesima melodia della madre. La levatrice rimase impietrita per alcuni lunghissimi secondi, durante i quali la piccola si azzittì e le puntò addosso i suoi occhi chiari, cosa che la atterrì ulteriormente: non aveva mai assistito a un’esibizione di canto di un bebè né tantomeno aveva visto un neonato con uno sguardo così attento. La piccina aveva, inoltre, un corpicino morbido e paffuto, e tuttavia di una soffice indicibile leggerezza, che le ricordava una pagnotta ben lievitata; e, invece di odorare di sangue e umori femminili, profumava di fiori di campo. La donna riuscì a malapena a fare quanto si conveniva per sistemare le cose, mentre madre e figlia intonavano di nuovo il loro canto, l’una spazzolandosi a letto i lunghi capelli, l’altra facendo scorrere i suoi occhi color dell’acqua su ogni cosa. Non appena tutto fu concluso, la levatrice si precipitò fuori da quelle mura e, camminando forsennatamente, ridiscese in paese spinta, da dietro, dallo spavento e attirata, dall’altra parte, dall’idea di avere una notizia esclusiva da raccontare.

Dovevano esserci segreti in quel luogo lassù: nessuno in paese sapeva chi fosse il padre della piccola che era nata cantando, non si era mai visto un uomo che appartenesse a quella casa, a parte un giovane che tutti consideravano strano perché, pur non essendo muto, non parlava mai.

Al mercato veniva sempre la madre, prima sola, poi con la piccola Gemma. Scendevano in paese seguite da una schiera di cani, gatti, anatre, oche e galline che si disperdevano nei campi lungo la strada, per riunirsi puntuali al rientro. Madre e figlia s’intendevano perfettamente con gli animali in genere: ne capivano i versi, i gesti e gli sguardi, che ricambiavano con naturalezza.

La bimba, che cresceva di una bellezza disarmante, in vero aveva anche un’altra dote: qualche rara volta accadeva che, invece di rivolgere saluti o frasi gentili alle persone, Gemma fissasse i suoi occhi trasparenti sull’interlocutore e iniziasse a cantare, con parole fin troppo chiare: in quelle sue cantilene, raccontava i fatti della gente, di cui sembrava conoscere affari e pensieri. Sua madre, in quelle occasioni, sorrideva beata a tali spudorate esibizioni e, volteggiando con la sua figura leggera, si univa al canto per poi allontanarsi danzando e portando con sé la figlioletta.

Per tutti, quelle femmine erano proprio due “spostate”: per alcuni forse erano solo stravaganti, per qualcun altro, di contro, erano certamente due matte.

Per quanto la loro follia, ogni volta che si facevano vedere, portasse scompiglio nella tranquillità del villaggio, tuttavia, erano in molti ad aspettare con desiderio l’arrivo di Gemma e sua madre in paese, vuoi perché erano straordinariamente belle, vuoi perché erano le uniche capaci di sovvertire la noiosa routinaria vita di quella gente.

Gli uomini generalmente le attendevano soprattutto per la prima ragione: ricchi o poveri che fossero, abituati alle loro madri, sorelle, mogli o figlie, da cui essi stessi pretendevano un atteggiamento sottomesso, erano soliti vivere accanto a donne che curavano un’arida immagine imposta dalle circostanze. Le loro donne ingrassavano per l’inazione, s’irrobustivano per i lavori in campagna o deperivano per l’indigenza; invecchiavano d’inedia nelle ville o si sformavano per i numerosi parti; s’infilavano a fatica in castigati abiti alla moda o si coprivano con i soliti sciatti panni di tessuto ruvido, imprigionavano i loro capelli da giovani e li tagliavano dopo una certa età, avevano la pelle coperta di cipria o tinta dalla fatica nei campi, odoravano di belletto o di sudore.

Le due matte, invece, parevano essere venute dalla luna, che donava loro una luce naturale: si muovevano agili e leggere, come se quasi non avessero peso; avevano corpi alti e sinuosi, gambe lunghe e snelle, braccia sottili, mani affusolate; indossavano morbidi abiti che ne facevano immaginare le fattezze senza costringerne le forme; lasciavano ondeggiare sciolti i loro lunghi capelli color rame, dritti e lucenti, oppure li raccoglievano delicatamente disegnando panneggi; avevano la pelle chiara e luminosa, punteggiata sul volto e sulle spalle da poche manciate di tenui lentiggini; e profumavano di erba e fiori.

Rappresentavano tutto quanto gli uomini desideravano per sé e tutto quanto avversavano per le loro donne.

Per queste ultime, invece, Gemma e sua madre costituivano la possibilità di dar vita a pettegolezzi e di emettere sentenze, movimentando con qualcosa di saporito la loro triste insipida esistenza: le ricche signore si scandalizzavano per la licenziosità dei costumi delle due pazze, mentre le donne povere ne criticavano innanzitutto la leggerezza con cui affrontavano la vita. Oltre ad attribuir loro la colpa di essere diverse, però, tutte le donne del villaggio, facoltose o misere, avevano sviluppato una sorta di attrazione-repulsione per quelle due creature strane. In verità non vedevano l’ora di essere presenti nel caso in cui Gemma avesse iniziato a cantare, svelando in musica le storie più intime delle persone che le si avvicinavano.

Sicché, quando arrivavano le due matte, la gente si accostava con circospezione, poi i più coraggiosi, o forse i più incauti, azzardavano rivolger loro un saluto o una domanda di circostanza. Se tutto andava bene, Gemma e sua madre rispondevano con garbo e con il loro sorriso felice; allora con le due donne ci si poteva persino attardare a chiacchierare, perché avevano linguaggio, voci e modi piacevoli per esprimersi.

Qualche volta, però, inaspettatamente Gemma scivolava in una specie di trance e intonava una melodia conturbante su cui intrecciava parole per lo più scomode all’uditorio. Sembrava che riuscisse a sfilare la maschera di uno dei presenti, rivelandone i pensieri più reconditi, raccontandone le storie più imbarazzanti e descrivendone i desideri più intimi. Gli astanti fingevano di non crederle e, anzi, di sdegnarsi di fronte a quel canto; intanto, però, non vi era alcuno che non fosse certo della verità di quei racconti e soprattutto le donne si portavano a casa quelle esibizioni come succosi pettegolezzi ben confezionati, da rimasticare trovandosi in capannelli nei giorni a venire.

Mentre nel tempo s’ingigantiva la fama di questi canti, si moltiplicavano gli aneddoti sulle due matte e germogliavano le dicerie, Gemma cresceva e sua madre invecchiava.

Ci fu un periodo in cui non si videro arrivare le due donne in paese.

Poi un giorno si udì un canto struggente provenire dalla loro casa, che riuscì a infiltrare tristezza nei cuori, anche in quelli più sordi. Infine il silenzio.

Quando ebbe finito di salutare per l’ultima volta sua madre, Gemma tornò al villaggio, da sola. Anzi, seguita dai suoi animali.

Era ormai una donna e, anche se per tutti era la “matta”, si potevano vedere la sua forza d’animo e la sua umanità nella bellezza della figura e nella serenità del volto. Adesso che non era più accompagnata dalla madre, e che rimaneva quindi sola nella sua diversità, il senso della sua presenza sembrava voler cantare un messaggio ancor più forte alla gente.

Tutti dichiaravano che la sua indifferenza di fronte alle convenzioni fosse pura follia, eppure in cuor suo ciascuno provava gelosia per quell’esistenza libera; non di rado la definivano “poveretta” e intanto ne invidiavano la capacità di essere felice; spesso la fuggivano per non essere smascherati, ma quante volte avrebbero voluto fuggire con lei per imparare a togliersi la maschera da soli.

Nessuno sapeva dire di cosa vivesse quella donna e nessuno intendeva scoprirlo. Tuttavia, iniziarono ad offrirle denari e beni di diversa natura, con la scusa di fare un gesto caritatevole; Gemma non rifiutava mai, perché intuiva di essere diventata parte della storia del villaggio, così com’era.

In tal modo, visse lunghi anni immersa nella sua folle gioia di vivere.

Non fu mai sfiorata dal desiderio di diventare come gli altri.

Non fu mai toccata da alcun uomo del paese, né nobile né popolano, anche se fu nel desiderio di molti; ma la felicità della sua anima e del suo corpo, nonché le sue parole, lasciavano presagire che non fosse votata alla castità.

Non fu mai scacciata dai bambini né allontanata dagli animali; né alcuna pianta avvizzì nelle sue mani.

Non perse mai la sua bellezza, nemmeno nella vecchiaia più inoltrata.

Non nascose mai le sue emozioni.

Non rinunciò mai alla sincerità.

Non odiò mai alcuno.

Le parole dei suoi canti non furono mai smentite con prove oggettive.

Morì molto vecchia nella sua casa e qualcuno la seppellì vicino a sua madre, ai piedi del grande albero nello spiazzo dove razzolavano polli e anatre, in mezzo a cani che si rincorrevano per gioco, e alcuni gatti selvatici che sedevano sornioni ad osservare ogni scena dai tetti delle piccole costruzioni.

Si dice che chi si avvicina all’albero possa udire le due voci intonare una dolce melodia e chiedere a Gemma di svelare qualche segreto. Le due matte regalano sempre il loro canto, perché sanno che, per vivere davvero, tutti abbiamo bisogno di nutrire anche la nostra preziosa e unica follia.

Scritto il 25 marzo 2018, domenica

Questo racconto è stato selezionato per essere pubblicato nell’antologia “Elogio alla Follia” delle Edizioni Divinafollia