Il paiolo sul fuoco aveva all’incirca le medesime dimensioni del mastello in cui si portavano i panni al lavatoio, in fondo alla strada. Era così grande che, quando Luigino vedeva la mamma cucinare, si chiedeva ogni volta come facesse a rimestare tutta quella polenta dorata e sbuffante che si muoveva nel pentolone. La mamma impugnava con due mani un lungo bastone di legno levigato e lo girava nel paiolo con movimenti lenti e regolari, ritmici, cadenzati.

Luigino osservava incantato quel lavoro che si ripeteva ogni giorno, aspirava profondamente il profumo del mais che cuoceva, si lasciava accarezzare dal calore del focolare, aspettando che il cibo fosse pronto a placare la fame del suo corpicino in crescita.

Aveva cinque anni e cinque fratelli.

Carlo, otto anni più di lui, entrava nella grande sala in cui si cucinava e si pranzava solo quando tutto era in tavola, perché non poteva presentarsi senza aver lavato via lo sporco e la fatica del lavoro nei campi, come il papà. Teresa, invece, arrivava molto prima di mangiare: entrava trattenendo il bordo del grembiule con le mani in modo da creare una sacca in cui portare le verdure raccolte nell’orto; poi le lavava con l’acqua del secchio, le tagliava e le abbandonava in un tegame a cuocere da sole. A undici anni, c’era da darsi da fare con il cucito, da cui ricavare qualche soldo. Eppure, Teresa voleva diventare una maestra, sicché si prodigava per terminare al più presto i suoi lavori di piccola sartina per mettersi sui libri: le avevano promesso che, a costo di sacrifici, le avrebbero permesso di studiare.

C’erano ancora due gemelli prima di Luigino, Antonio e Maria, di sette anni. I loro compiti per il pranzo e per la cena riguardavano l’allestimento della tavola: apparecchiavano rapidi e correvano fuori o nello stanzone di sopra a giocare, finché qualcuno non li richiamava.

Giovanna, l’ultima sorella che tutti chiamavano Nina, aveva poco più di due anni e aspettava il momento del pasto seduta per terra a giocare con un paio di bambole di stracci, che faceva parlare nella sua stravagante lingua incompleta.

Luigino aiutava ora uno ora l’altro fratello in cucina, dove ogni giorno sbuffava ansimante la polenta, che a lui piaceva tanto. Nel piatto che Teresa gli porgeva quando tutto era pronto, accanto alle sue tre fette di polenta e a qualche verdura, talvolta il bambino riceveva anche un pezzo di formaggio, o un uovo e, nei giorni di festa, persino una fetta di salame o un pezzetto di pollo.

Ora, era da poco terminata l’estate, dall’oggi al domani le giornate si accorciavano come se la luce si ritraesse intimidita, l’aria rinfrescava sempre più e la natura iniziava a nascondersi nelle tane, a volare lontano o a spogliarsi dalle foglie. Luigino sapeva che quell’autunno del ’36 sarebbe stata la stagione in cui lui avrebbe iniziato la scuola, e attendeva trepidante che accadesse. Avrebbe incontrato nuovi amici e conosciuto una vera maestra, ma soprattutto avrebbe imparato a leggere le storie che gli raccontava Teresa: a questo pensava la sera precedente il primo giorno di scuola, con la guancia appoggiata alla mano sinistra, mentre le piccole dita della destra tracciavano solchi nelle fette di polenta calda nel piatto.

Quella sera faticò ad addormentarsi dall’emozione, e la mattina seguente si svegliò elettrizzato. La mamma lo preparò con cura, finché lui si sentì bello e importante.

In classe trovò una quarantina di bambini vocianti, perlopiù vestiti con abiti recuperati e ricuciti, molti con corpicini magri ma scattanti, che scorrazzavano tra i banchi sulle loro gambette secche, con zazzere da birbe o con i capelli arruffati dal gioco. In quell’orda di ragazzetti, solo uno indossava un abbigliamento curato, aveva i capelli impomatati e una vera cartella per i suoi quaderni. Stava in disparte, sembrava imbarazzato da quella sua diversità, che gli altri schernivano chiamandolo “bagai de gess”.

L’arrivo della maestra, dall’aria sorridente ma autorevole, riportò l’ordine e il silenzio: i ragazzini erano abituati al dialetto parlato in casa, da padri che erano contadini sfiniti per il lavoro nei campi, da mamme piene di figli e di lavori domestici e da vecchi che biascicavano senza denti. Sicché, per instaurare con i bambini un dialogo, per qualche mattina dopo l’appello, la maestra si risolse a domandare agli alunni qualcosa di semplice, come “raccontami cosa hai mangiato”.

Per due giorni di seguito fu un coro di “Ho mangiato polenta”, che in realtà era il pasto di tutti ad esclusione del ragazzino impomatato; quest’ultimo tuttavia non osava distinguersi con una risposta diversa, così che il tentativo della maestra risultò immediatamente fallimentare e noioso. Anche Luigino, nonostante nutrisse una vera passione per la polenta, si stancò subito di quel gioco inutile e, al terzo giorno decise di cambiar musica.

Il “bagai de gess” gli aveva riferito, in confidenza, che sulla sua tavola c’era spesso il risotto, piatto delizioso noto ai figli dei contadini più per il nome che per il gusto. Quel racconto aveva acceso l’immaginazione di Luigino, il quale decise di usarlo per la replica alla maestra. Tutto fiero affrontò l’interrogatorio mattutino con la sua nuova risposta: “Ho mangiato risotto”; quaranta ragazzetti si drizzarono increduli sulle loro sedie, la maestra lo mise alla prova chiedendogli “Quanto ne hai mangiato?” e lui serafico risposte “Tre fette”. Nessuno fiatò: i compagni non si accorsero dell’incongruenza, il “bagai de gess” non lo tradì e la maestra smise di assillare gli alunni con quella domanda noiosa.

Trascorsero gli anni, Luigino attraversò una terribile guerra, durante la quale spesso non ebbe da mangiare né fette di polenta né piatti di riso; in tempo di pace, invece, ebbe gli agi per assaggiare cibi di ogni genere, ma non si dimenticò mai della sua polenta.

Fu lui a mettere in giro questo racconto, che nella tradizione lombarda circola più o meno apertamente da tanto tempo. Lo fece per render merito al cibo che nella sua infanzia fu sostentamento del corpo e dello spirito: quella polenta dorata che soffiava e ondeggiava nel paiolo come se fosse viva.

Scritto il 21 gennaio 2019, lunedì

Questo racconto è stato selezionato e pubblicato nel vol. I della raccolta “Racconti Lombardi” della casa editrice Historica edizioni, in vendita nella Libreria Cultora di Milano.