Magrissima. Mia nonna materna era magrissima, sicché per lei era facile passare dall’uscio dei miei occhi di bimba, dove alloggiavano le cose da imparare e le fantasie da immaginare.
La ammiravo per la strada, vestita con la semplice cura che, senza ricchezza, la trasformava ogni volta in un’incantevole signora, anche negli anni più inoltrati della sua vecchiaia. Nel mio mondo delle idee coesistevano l’archetipo della nonnina curva, bianca di capelli e nera di abiti, con la mia personale nonna Emilia, capace di tener testa al tempo e agli innumerevoli acciacchi: il suo portamento eretto me la faceva vedere ancor più alta di quanto già non fosse. Delicata nei movimenti, gentile nei modi, elegante nell’aspetto, era sempre ben pettinata e indossava volentieri i guanti.
In casa, la guardavo ai fornelli del suo cucinino rimestare nel tegame, con il grembiule stretto in vita, avvolta dal vapore della polenta che le appannava gli occhiali: mi raccontava del sapore che ha il cibo quando si ha fame e le bocche sono tante, perché nella sua famiglia c’erano dodici figli. Oppure osservavo le sue dita ossute e abili buttare i fili di lana sui ferri, mentre seduta sul divano mi narrava fiabe inventate a metà: dal suo lavoro a maglia sgorgava, come per magia, un torrente di lana lavorata destinato a divenire una sciarpa o un maglione.

Dovunque fosse, senza disturbare, la sua sottile figura trovava uno spazio in cui infilarsi. Prima, però, quello spazio lo puliva e lo riordinava. Mia nonna aveva un concetto quasi religioso della pulizia e dell’ordine, che insieme per lei rappresentavano una manifestazione della dignità dell’essere umano e del mondo.

Non si trattava di un atteggiamento maniacale, aveva piuttosto un senso “rituale”. Per la nonna Emilia, tenere persone, cose e ambienti puliti faceva parte di un rito che aveva un’implicazione affettiva: significava considerarli importanti e prendersene cura.

Fu in un pomeriggio di febbre da bambina, che questo mi fu chiaro.

I denti fitti del pettine scorrevano tra le ciocche dei miei capelli lunghi, dalla testa fino alle punte. Quando inciampavano in un nodo, la mano della nonna si fermava e isolava il ciuffo da sbrogliare; lo tratteneva tra le dita e, con piccoli movimenti rapidi e ripetuti, lo strigliava per sciogliere il groviglio partendo dalla parte più bassa.

Avevo cinque anni ed ero costretta a letto da giorni per una brutta tonsillite, che aveva momentaneamente stroncato i miei giochi di bambina e interrotto le lezioni a scuola.

L’antibiotico prescritto dal medico aveva iniziato a fare effetto solo da qualche ora, poco prima avevo ancora la febbre alta, la fronte bollente, i brividi dappertutto. La temperatura era scesa, ma sentivo ancora un dolore diffuso alle ossa e alla testa.

La testa, appunto. Il tempo trascorso a letto, con il capo sul cuscino, aveva arruffato i miei lunghi capelli, che si erano magistralmente annodati formando qua e là vaporosi nidi. Questo non costituiva un problema per me. Ma per la nonna, evidentemente sì.

Era venuta a tenermi compagnia perché la mamma doveva uscire, quel pomeriggio. Mi aveva trovata “in ordine”, nonostante la malattia: la mamma sapeva come curarmi al meglio, il letto era pulito, il mio pigiamino altrettanto, l’aria nella stanza era stata cambiata più volte e profumava del balsamo che era stato appositamente spalmato su un fazzoletto sul comodino.

Attendevamo il dottore, che sarebbe dovuto venire per un controllo. Per la nonna questo era un momento ufficiale, al quale non ci si poteva presentare spettinati. Così, aveva deciso di raccogliermi la capigliatura in due trecce, per le quali occorreva prima districare tutti i capelli finché fossero come fili di seta.

Cantava, la nonna. Aveva intonato “Amor dammi quel fazzolettino”, mentre lavorava pazientemente con il pettine sulla mia testa dolente.

Sentivo accumularsi l’umidità sulle ciglia e ogni tanto scorrere, lungo le guance, caldi lacrimoni, che non erano frutto di un’emozione triste, ma di una sofferenza puramente fisica. Era come se, tirando i capelli si spremessero dagli occhi gocce pungenti di dolore. Ingoiavo a fatica quelle lacrime che, invece di uscire, si infilavano dietro al naso, dentro alla bocca riarsa dalla malattia, giù fino alla gola infiammata.

Eppure, avevo deciso di non farne parola con la nonna, che non si era accorta di questo disagio. Nonostante la mia giovanissima età, avevo compreso che la nonna stava dedicandomi il suo lavoro e il suo tempo, trattandomi con amore. Questa devozione, questo affetto, erano un abbraccio che mi coccolava.

Quando la sua opera fu terminata, mi portò uno specchio per ammirare l’acconciatura e si avvide dei miei occhi lucidi: li attribuì alla febbre, quindi mi rinfrescò la fronte con una pezza umida, mi infilò il termometro sotto l’ascella e iniziò a sussurrarmi una fiaba nell’attesa di leggere la temperatura. Poi arrivò il medico, che fu accolto con gli onori del caso, la mamma tornò in tempo per sentire il suo responso, io iniziai a sentirmi sempre meglio e alla fine tutto andò bene. Diventai grande, la nonna sempre più vecchia e un giorno, come natura comporta, morì.

Negli anni che passarono, mille e più accadimenti avvennero, più o meno importanti di quell’episodio. La nonna Emilia lasciò un’infinità di ricordi da ripescare. Eppure, tra questi, non posso dimenticare le trecce che mi fece quel pomeriggio, perché furono un dono prezioso: non le aveva fatte per il dottore, le aveva fatte per me, come si leviga la propria opera appassionatamente. In un gesto così semplice, ho sempre letto una sorta di formula magica da portare nel cammino della vita: parla dell’amor proprio, del coraggio di reagire alle sventure e persino della ricerca della bellezza in ogni cosa.

Scritto il 1° gennaio 2019, martedì

Questo racconto si è classificato al 2° posto nella sezione Racconti del Secondo Concorso Letterario Nazionale “L’atelier des filles et des mamans” ed è pubblicato nella raccolta dei racconti intitolata “Sul filo della memoria”, distribuito dall’Associazione Nonnoboi