Ricordo un nido di cigni, fiorito
a primavera sulla fresca riva,
ben nascosto in un canneto lambito
dalle acque lente del lago, che saliva
e accarezzava con piccole onde
la nuova vita su quelle sponde.

Due cigni maestosi arrivavano
uno alla volta, ad accudire il nido:
sull’acqua lucida scivolavano,
poi zampettavano sul suolo umido.
Al mattino la femmina c’era.
Il più grande giungeva alla sera.

Mezza dozzina d’azzurrognole uova
nell’abbraccio di giunchi e morbida piuma.
Un giorno, quand’era compiuta la cova,
trovai il nido deserto e nel canneto la schiuma,
che segnava il passaggio dei neonati.
Fui triste, al pensiero che fossero andati.

Cercai con gli occhi sull’acqua del lago:
vidi la madre bianca dal collo fiero,
lo sguardo a un punto lontano a me vago;
dietro, i figlioli dal piumaggio più nero.
Giunse anche il padre con moto leggiadro:
nel tramonto, insieme erano un bel quadro.

Passò il tempo e un dì li vidi volare,
li contai, ero felice che fossero loro
le ali nell’aria parevano nuotare
grandi e bianchi, si muovevano in coro.
Mi chiesi di quegli uccelli il mistero,
come sapessero tutto davvero.

Perché sapevano costruire il nido,
far strada ai piccoli e aiutarli
senza castighi e senza alcun grido,
lasciandoli crescere senza obbligarli?
Come sapevano farsi acqua e cielo
e lago e paesaggio e universo intero?

Perché per gli uomini farsi mondo e vita
è spesso guerra e fatica infinita?

Scritta il 19 agosto 2018, domenica

La metrica vede sei sestine e un distico finale: le sestine sono tutte incentrate sui cigni, mentre gli ultimi due versi si distaccano per distinguersi e parlare dell’uomo, quando si allontana dalla sua naturale essenza. Le rime di ogni strofa seguono lo schema ABABCC (ABAB rappresentano i genitori e CC i cuccioli), il distico rima AA.